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Andarono Videro Vinsero sette eroi per una storia di altri tempi

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Dici Canottaggio e pensi subito ai fratelli Abbagnale, dici Abbagnale e pensi subito a Giampiero Galeazzi e al suo urlo di gioia per festeggiare l’oro olimpico dei fuoriclasse del remo di Castellamare di Stabia e del timoniere Peppiniello Di Capua alle olimpiadi di Seul nel lontano 1988! Gioia, sofferenza, emozione. Chi ha avuto la possibilità di seguire quella gara avrà avuto la voglia (non appena la prua della barca italiana tagliò il traguardo prima dei tedeschi) di cimentarsi in questa disciplina, che ha un significato, un valore, una nobiltà particolari.

Sono richieste doti atletiche elevate per questo sport, ma ancor di più qualità di carattere e morali speciali. Può essere uno sport individuale, oppure coinvolge 2, 4 o 8 elementi, che all’unisono planano sull’acqua. Ecco perché è considerato uno degli strumenti di formazione non solo fisica, ma anche morale, dei giovani. Non a caso nelle maggiori università tedesche, inglesi e americane il canottaggio è tenuto in alto onore. La regata che ogni anno mette di fronte le università di Cambridge ed Oxford ne è un esempio. In Germania l’Università di Amburgo promuove la pratica del canottaggio più di qualsiasi altro sport, con la motivazione che sudare a contatto con l’acqua sviluppa una forte autostima, che deve riflettersi poi nello studio.

L’acqua: l’elemento fondamentale di questo sport, sempre affascinante, meravigliosa, ma volubile, imprevedibile. E poi il rapporto che hanno i canottieri con la loro barca è viscerale, la portano da continente a continente, la puliscono, la rendono ogni giorno più competitiva. Quando Agostino Abbagnale, il più piccolo dei fratelli prodigio, dovette fermarsi per un problema di salute ebbe a dire” non mi fa paura la malattia ma ho paura che la mancanza del remo in acqua mi faccia stare ancora più male.”

Nel suo piccolo l’isola d’Ischia vanta un nesso storico con questa disciplina con un racconto d’altri tempi dove i remi pesavano quanto un albero, e le regate si svolgevano in mare aperto in condizioni a dir poco proibitive, ma la forza di volontà di quella generazione andava oltre.

Nella primavera del 1934 viene organizzata una grande manifestazione: il raid Napoli- Roma al quale prendono parte venti equipaggi, composti da 6 rematori più timoniere, formati da pescatori reclutati nelle località marinare del Golfo di Napoli e della Costiera amalfitana.

Sono presenti ben quattro equipaggi ischitani: il gozzo “San Michele” di S.Angelo, “Antonio Scannapieco” di Ischia Porto, il “Nazario Sauro” di Lacco Ameno e il gozzo “Pietro Matarese” di Forio.

Il 2 maggio prima di scendere in acqua i marinai santangiolesi si recarono nella loro chiesetta per chiedere l’aiuto divino e promettere al santo patrono S.Michele, il loro guerriero santo protettore, una gran festa degna del suo nome se li avesse assistiti in quella che era una missione: “Vincer bisogna” e dopo un silenzioso saluto ai caduti in guerra nel cimitero vicino ecco la discesa in acqua: Egidio Di Iorio (detto Rondinella e capitano dell’ imbarcazione), i fratelli Luigi e Michele Mattera (nominati per la loro forza i “marosi”), Alberto Mattera (fondatore con Linda Penzel dell’Hotel Miramare, detto “maciste”), i fratelli Domenico e Giovanni Barricelli (rispettivamente “Ferone” e “Tosce” quest’ultimo descritto come una vera forza della natura), ed infine Federico Mattera gran pescatore di polpi e sorci di mare.

La traversata era cosi strutturata; prima tappa a Gaeta, le successive a Terracina, Anzio, Fiumicino. L’ultimo tratto della gara che sancirà l’equipaggio vincitore è tra ponte Margherita e lo scalo De Pinedo. “Vincer bisogna” e vinsero nel nome di Dio e di tutti i santangiolesi. Nell‘amore per la loro terra, la loro gente, che li avvinse in una sola volontà, con la tenacia dei loro muscoli, con l’arte speciale della loro voga caratteristica, con lo sforzo possente che li faceva piegare tutti tesi sui remi.

L’umiltà di questi eroi la si evince quando salirono al Campidoglio per la premiazione ed in quell’occasione che si rivela la soddisfazione del trionfo, ma sono modesti anche nel merito e al chieder delle loro impressioni quando videro Benito Mussolini tacciono in un sentito nostalgico ricordo che sa di orgoglio e passione. Appresero la vittoria, quasi con timore, tutti avevano dato, niente chiedevano, neppure la vittoria che tanto aveva fatto parlare. Ritornarono trionfanti a S. Angelo, ove furono accolti come eroi quando dalla torre si intravidero i 7 “leoni” che: andarono-videro-vinsero. Fu festa grande con la commozione dei loro cari, la riconoscenza di un paese intero che non sarebbe stato più ignorato, perché aveva i suoi campioni del cuore riscaldato alla luce di Roma eterna. Per adempire al loro voto con il patrono i sette marinai caricano sulle spalle la statua di San Michele durante la processione con maglia calzoni blu e berretto rosso, e confusi con il sapore delle alici fritte dalle donne, mentre la musica popolare coinvolge tutti, mentre le batterie intronano i loro colpi tra i monti e il mare, il sacerdote benedice la barca e con essa benedice i sette marinai. Ogni anno l’associazione “Amici di S.Angelo” in ricordo dei loro eroi organizza una gara che ha più lo scopo di rivivere quel 2 maggio con una gran festa al sapore di pesce alla brace dove tutti dal turista al santangiolese si uniscono in un ricordo che fa parte della storia di questo borgo storico dell’isola, grazie ai “nostri” fratelli Abbagnale.

P.S.

Mi preme ringraziare in modo particolare Giovanni Iacono la memoria storica di S. Angelo e Alessandro Mattera (in arte Mr Alex Ferguson- Pensione Nuova America) amici da sempre in prima linea con l’associazione “Amici di S.angelo” in tutte le iniziative che tendono alla valorizzazione del borgo più famoso dell’isola.