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Ischia in età Romana - Pitecusani a Pompei

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Graffitari e forcaioli

Scrivere sui muri è un atto riprovevole incivile vandalico. Non a Pompei, venti secoli fa.

A quei tempi writers e graffitari scrivevano per comunicare, non per imbrattare. Le iscrizioni antiche, dipinte o graffite nell’intonaco, quando si leggono e si interpretano, possono aprire intere pagine di storia: anche uno scarabocchio è un autografo del passato.

Un messaggio sui generis, per il contenuto, per il contesto a cui va riferito e per il luogo in cui si trova, si legge in un graffito pompeiano su una parete interna della casa n. 25, nella Regio VII, 12 dell’antica città.

“Graffitari” e forcaioli

etaromana_1

Il graffito è pubblicato nel IV volume dell’opera monumentale che raccoglie le iscrizioni latine (Corpus Inscriptionum Latinarum): CIL IV 2183, T III, 2 sopra 2173, I secolo d.C.




Puteolanis feliciter - Viva i Puteolani
omnibus Nucherinis - a tutti i Nucerini
felicia et uncum Pompeianis - auguri e l’arpone ai Pompeiani
Petecusanis - ai Pitecusani
Nell’iscrizione sono menzionati i:

- Puteolani, abitanti dell’antica Pozzuoli (Puteoli),
- Nucerini, abitanti di Nuceria Alfaterna (antica città i cui resti si trovano tra le odierne Nocera Superiore e Nocera Inferiore, in provincia di Salerno, a circa 13 Km da Pompei),
- Pompeiani, abitanti dell’antica Pompei,
- Pitecusani, abitanti dell’isola d’Ischia, sede del più antico insediamento greco d’Occidente.

I Petecusani sono propriamente i Pithecusani, abitanti di Pithecusa o Pithecusae[1]. E’ questa l’unica testimonianza primaria e monumentale, non mediata dalla storiografia o dalle fonti letterarie, sul nome dell’isola in età romana e in generale nell’antichità.

La chiave per l’interpretazione del testo è nella parola uncus, acc. uncu[m], qui tradotto con arpone. Propriamente l’uncus era un grosso uncino o gancio da macellaio. Applicato a un’asta doveva essere un arnese simile all’arpone usato dai pescatori nelle tonnare. A Roma ne è documentato l’impiego da parte del boia che conficcava l’uncus nel collo dei condannati a morte per trascinarli nel Tevere oppure ad scalas Gemonias, un luogo malfamato dove i cadaveri venivano esposti al pubblico ludibrio[2]. L’uncus veniva utilizzato anche per allontanare dal campo i corpi senza vita delle vittime degli spettacoli circensi. Uncus è dunque una metafora di grande efficacia per augurare di morire “uncinati”, cioè ammazzati e trattati come malfattori oppure mordendo la polvere dell’arena, sconfitti e abbattuti per mano dell’avversario. E’ la più cinica delle invettive, perfida quanto sintetica.

Nell’immaginario delle culture cristiane l’uncus è paragonabile soltanto al forcone del demonio, ma l’invettiva non trova corrispondenza in un semplice “mandare al diavolo”, abusato e quindi privo di mordente. Il diavolo peraltro esiste solo per chi ci crede, mentre a Pompei come a Roma l’uncus del boia o dei becchini dell’arena era una realtà del vivere quotidiano.

Ostilità municipali e non solo

Chi ce l’aveva a morte con i Pompeiani e i Pitecusani? Da quale ostilità poteva esser motivato?

I Nucerini, i Puteolani, entrambi oppure altri? Perché? Probabilmente non solo per generiche ostilità municipali. L’inimicizia tra Nucerini e Pompeiani era di vecchia data: in età repubblicana, nel corso delle guerre sociali (rivolta delle popolazioni italiche 91-88 a.C.), Nuceria, diversamente dai Pompeiani, si era schierata dalla parte dei Romani[3] che la ricompensarono attribuendole il territorio di Stabiae. Nell’89 a.C. Pompei, assediata, fu costretta a capitolare[4]. Nell’80 Silla vi insediò i suoi veterani, fondando la Colonia Cornelia Veneria[5], certamente a discapito dei Pompeiani ai quali vennero sottratte delle terre a beneficio dei nuovi coloni. Nel I secolo dell’impero a Nuceria venne riconosciuto da Nerone (57 d.C.) lo status di colonia[6] con nuove perdite territoriali per i Pompeiani. Tre anni dopo Pozzuoli si avvantaggiò di analogo privilegio[7]. Per quanto riguarda Ischia, le fonti storiografiche per l’età romana riferiscono di un coinvolgimento dell’isola, allora occupata da Neapolis, nella guerra civile (88-82 a.C.) dalla parte di Mario[8]. Nell’82 a.C. Neapolis fu espugnata dalle truppe sillane; Ischia passò sotto il diretto dominio dei Romani che occuparono l’isola che chiamarono Aenaria, insediandosi in particolare a NE. Dopo la morte di Giulio Cesare (44 a.C.), Pitecusa ebbe un ruolo nel corso delle guerre civili (40-31 a.C.) tra Cesare Ottaviano, S. Pompeo e M. Antonio[9], sicuramente per la posizione geografica. Negli anni successivi alla battaglia di Azio (31 a.C.), Ischia ritornò a far parte integrale del tratto di mare controllato da Neapolis. Svetonio[10] racconta che il pronipote di Giulio Cesare e futuro imperatore Augusto nel 29 a.C. vide rinverdire a Capri un leccio rinsecchito. Colpito da tale presagio, Ottaviano scelse l’isoletta come sede imperiale. “Ma siccome quest’isola [Capri] si apparteneva a Napoletani, convenne ad Augusto chiederla a quella repubblica, in permuta dell’Isola d’Ischia, la quale assai più vasta, molto più popolata, più ubertosa, più gradita doveva essere al governo partenopeo che tostamente ne accettò il cambio”. Così nell’interpretazione dello storico ischitano Giuseppe D’Ascia (1867)[11]. Esiste anche un’altra spiegazione dell’episodio, ingegnosamente partenopea e tendenzialmente filoischitana[12]: i Napoletani, desiderosi di impossessarsi della loro isola preferita, per suggerire al condottiero romano lo scambio per loro vantaggioso, avrebbero sostituito furtivamente la pianta appassita con un albero rigoglioso. Prodigi e scherzi a parte, Cesare, in seguito all’intensificarsi dei fenomeni vulcanici e sismici, preferì come residenza per sé e per i suoi successori Capri, piccola, priva di risorse, scogliosa e povera di acque, ma sicura dal punto di vista geofisico e strategico[13]. Il progetto di Ottaviano e del suo generale Vipsanio Agrippa di dislocare la flotta tirrenica al Capo Miseno rendeva indispensabile il controllo del Golfo, del Canale di Procida e del Canale d’Ischia da parte di Neapolis, fedele alleata; per questa ragione le venne restituita Ischia. Il controllo del Golfo era importante anche perché Pozzuoli all’epoca era il porto mercantile per gli approvvigionamenti alimentari dell’Urbe. I Romani si guardarono bene dall’abbandonare Ischia, anzi potenziarono l’insediamento di Aenaria, ben vigilato dall’alto dello stabilissimo duomo vulcanico che oggi funge da base al Castello Aragonese. Da lì si poteva controllare tutto il traffico marittimo campano. Tra la spiaggia di Carta Romana e gli scogli di S. Anna, a una profondità tra i 5 e i 7 metri, giacciono i resti di strutture murarie che ospitavano, dalla fine dell’età repubblicana, una fonderia dove si lavoravano blocchi di galena importati dalla Sardegna, lingotti di piombo e di zinco, manufatti metallici, proiettili per fionde e catapulte. La zona portuale di Aenaria, che ha restituito anche materiale ceramico di epoche e di provenienza diverse, si inabissò in seguito a uno sprofondamento bradisismico, probabilmente repentino, alla fine del I o all’inizio del II secolo d. C.[14]. A causa di incessanti sconvolgimenti geofisici che si susseguirono fino alla fine del III secolo d. C., l’isola perse progressivamente importanza; sempre più nell’orbita di Neapolis, di fatto scompare dalla storiografia antica[15], nel senso che nessuna fonte letteraria, né greca, né latina, tramanda fatti di rilevanza politica dopo la cessione dell’isola a Neapolis da parte di Ottaviano.

Difficile dunque pensare che questioni territoriali, come quelle che avevano coinvolto Pompeiani e Nucerini, potessero riguardare gli isolani. Va però osservato che nel I secolo d.C., come Pompei costituiva lo sbocco portuale di Nuceria, per gli isolani (Ischitani e Procidani), Pozzuoli era il più importante accesso marittimo all’entroterra campano.

Gli editori del graffito pompeiano ritengono che l’invettiva nei confronti dei Pompeiani/Pitecusani sia da attribuire a una mano diversa da quella che scrisse le felicitazioni per i Puteolani e i Nucerini[16]. Non si può tuttavia escludere l’intervento di una terza mano che aggiunse Petecusanis su un testo eraso[17]; sarebbero tre in tal caso i graffitari.

Nel tentativo di ricostruirne l’identità, localizziamo la parete su cui venne inciso il messaggio.

Il lupanare

“L'imprecazione uncum Pompeianis è veramente degna di chi bazzicava in quel vico” commenta uno dei primi editori del graffito[18]. Erano in molti i frequentatori di “quel vico” e dell’unico edificio, tra quelli finora messi in luce dagli scavi, destinato esclusivamente alla prostituzione: un lupanare. Questa parola dal suono un po’ sinistro viene dal latino lupanar derivato a sua volta da lupa, il mitico quadrupede simbolo di Roma, ma anche, per traslato, chi esercita il mestiere più antico del mondo. Tale significato (lupa per prostituta) evidentemente non era noto a chi durante il ventennio fascista designava i piccoli Balilla: “figli della lupa”.

Il lupanare dell’antica Pompei, situato all’incrocio tra il Vico del Lupanare e il Vico del Balcone Pensile, era ben attrezzato: 10 celle con alcova distribuite su due piani, ciascuno fornito di latrina. Da una scala che termina su un balcone pensile si poteva accedere al piano superiore la cui destinazione d’uso forse era differente. L’atrio del piano terra è affrescato con immagini erotiche con funzione non solo decorativa: servivano per invogliare i visitatori e forse per facilitare la comunicazione tra le ragazze, spesso schiave di provenienza orientale, ragazze dell’Est, e i clienti.

I frequentatori del bordello che sulle pareti delle celle al piano inferiore lasciarono traccia del loro passaggio in più di cento graffiti erano in prevalenza schiavi, plebei, gente di bassa estrazione[19]. Tra loro certamente numerosi i forestieri di passaggio nel porto di mare: mercanti, marinai, operai e artigiani, ma anche spettatori accorsi per assistere a spettacoli circensi o teatrali, frequenti e rinomati a Pompei. Gente di bassa estrazione, che però se la cavava discretamente con la scrittura, sia pure senza troppo badare all’ortografia o sgrammaticando. Un volgo di alfabetizzati che leggeva i messaggi scritti da altri e vi aggiungeva il proprio. Scriveva come parlava, per la gioia del linguista e del sociologo, in un latino popolare, quotidiano, barbaro o imbarbarito[20], come quello che ha generato le lingue romanze, ma anche in greco[21]. Tra quanti bazzicavano quel vicolo, prostitute comprese, vi fu chi lasciò memoria autografa del proprio nome, chi lo pseudonimo del/la partner, chi commenti o avvertimenti erotici, messaggi d’amore e d’odio o altro, graffiti nell’intonaco della parete.

Graffiti come? Con uno stilo, ma anche talvolta con lo strumento acuminato a portata di mano: un chiodo, un coltello, una crosta qualsiasi. Forse anche il bordo graffiante di una moneta o l’unghia aguzza di una mano callosa.

Graffiti quando? Ovviamente prima del 79 d.C., anno della catastrofe di Pompei. Nella parete della prima cella a sinistra dell’ingresso da Vico del Lupanare, sono state rilevate impronte di monete del 72 d.C. Vi fu dunque una posa d’intonaco e una frequentazione dell’ambiente dopo questa data. Questo permette di datare le iscrizioni tracciate sull’intonaco stesso tra il 72 e il 79 d. C., mentre il confronto con iscrizioni di contenuto analogo è possibile circoscrivere il contesto al quale fa riferimento il graffito CIL IV 2183.

Graffiti e gladiatori

Graffito con disegno

 

Graffito con disegno, parete esterna della Casa dei Dioscuri, Reg. VI, 9, 6, nelle vicinanze del Foro. CIL IV 1293, T XXI, 25


Campani victoria una - Campani in un’unica vittoria cum Nucerinis peristis - sconfitti voi e i Nucerini

In questo che a noi appare come uno “sfottò” (così si direbbe oggi in termini calcistici) dei vincitori ai vinti, con tanto di illustrazione per conferire maggiore efficacia al messaggio, il contesto è chiaramente circense: un gladiatore si appresta a salire sul podio e ne discende baldanzoso mostrando la palma della vittoria. Gli avversari sconfitti sono i Nucerini e con loro i Campani che potrebbero essere gli abitanti di Capua, sede di un’antica scuola di gladiatori, a cui Nerone aveva destinato nel 57, come a Nuceria, contingenti di veterani[22].

In un’altra iscrizione[23] l’autore se la prende minacciosamente con i Nucerini:

Nucerinis infelicia - Guai ai Nucerini

Esistevano dunque a Pompei, nel I secolo d.C., fazioni avverse e consorzi di antagonisti nell’arena, combattenti e tifoserie che davano voce alle loro ostilità scrivendole sui muri: Campani (Capuani o altri) & Nucerini, Puteolani & Nucerini e, ovviamente, Pompeiani ai quali, almeno nelle ingiurie, vennero associati i Pitecusani.

Nel gergo delle tifoserie che oggi frequentano i moderni anfiteatri, gli stadi, dove si contrappongono squadre e fazioni dello sport più popolare, il calcio, il graffito del Lupanare potrebbe equivalere a:

W il Pozzuoli, forza Nocerina
e accis’a tutti i Pompeiani
agli Ischitani

Certo, l’invettiva è più soft, ma proporzionata: infatti, se i nostri stadi sono appestati da fumogeni e lacrimogeni, gli anfiteatri in cui si affrontavano i gladiatori nell’arena e sulle gradinate le tifoserie puzzavano di sangue, umano e ferino[24].

Maxirissa nell’anfiteatro

Nel I secolo d.C. l’interesse degli storiografi si focalizza sul territorio vesuviano e flegreo per l’assidua frequentazione della zona da parte degli imperatori della dinastia Giulio-Claudia e in particolare di Nerone. Sotto il suo regno, nel 59 d.C., nell’anfiteatro di Pompei, il più grande e bello della Campania, costruito interamente in muratura quando nella stessa Roma i gladiatori combattevano tra due emicicli di legno[25], avvenne un fatto tanto straordinario da essere immortalato negli Annales di Tacito e in una pittura pompeiana.

“Si ebbe un fiero massacro – racconta Tacito[26]– tra Nocerini e Pompeiani, originato da una futile causa in occasione dei ludi gladiatori banditi da quel Livineio Regolo che ho ricordato espulso dal Senato. Dapprima si scambiarono ingiurie con l’insolenza propria dei provinciali, poi passarono alle sassate, infine ricorsero alle armi, prevalendo i cittadini di Pompei, presso i quali si dava lo spettacolo. Furono perciò riportati a casa molti di quei di Nocera col corpo mutilo per ferite, e in quella città molti piansero la morte dei figli e dei genitori. Il principe [Nerone] deferì al Senato il giudizio di questo fatto, il Senato lo affidò ai consoli, poi quando la faccenda passò di nuovo al Senato, fu deliberato di vietare ai cittadini di Pompei per dieci anni simili pubbliche riunioni; poi fu ordinato lo scioglimento di quelle associazioni che si erano costituite contrariamente alle disposizioni di legge. Livineio e coloro che avevano provocato il tumulto furono condannati all’esilio”.

Ecco dunque, già nel 59, le fazioni contrapposte di Pompeiani e Nucerini. Questi ultimi nella rissa ebbero la peggio, ma non è detto che fossero in minoranza rispetto ai padroni di casa. La popolazione di Pompei all’epoca viene calcolata in circa 10.000 abitanti, mentre l’anfiteatro ne conteneva 20.000; questo significa che poteva esservi una presenza di spettatori forestieri superiore a quella dei Pompeiani. Tra i Nucerini vi furono vittime; un buon motivo di feroce rancore verso i Pompeiani, anche a distanza di anni. Dalla parte dei Nucerini certamente vi furono altri contendenti campani, forse da Pozzuoli. Tra i sostenitori dei Pompeiani potrebbero esservi stati degli isolani provenienti da Ischia, sì da meritare un’invettiva da parte di chi, anni dopo, volle a loro associarli nel malfamato augurio. Erano semplici spettatori, gente di passaggio o tifosi in trasferta per sostenere gladiatori reclutati per la loro prestanza fisica nelle isole del Golfo e addestrati nella caserma e nelle palestre di Pompei?

I gladiatori non sempre erano di condizione servile, prigionieri di guerra, vittime di persecuzioni o condannati a morte; tra loro c’erano liberti, schiavi affrancati dal padrone, ma anche nati liberi, avventurieri che sceglievano di combattere nell’arena attratti dai ricchi ingaggi, dai premi in denaro e dalla popolarità che di cui avrebbero goduto in seguito ai successi in campo[27].

O forse i Pitecusani erano semplicemente gente invisa al frequentatore del Lupanare che, per chi sa quale motivo, volle estendere anche a loro la maledizione destinata ai Pompeiani?

Affresco_raffigurante_la_rissa_tra_Pompeiani__e_Nucerini

Affresco raffigurante la rissa tra Pompeiani e Nucerini - (Museo Arch. Naz. di Napoli, 112222).

Proviene dalla Casa di Anicetus (I 3, 23) che forse fu un famoso gladiatore, comunque una persona legata alle attività circensi. Un’ iscrizione dipinta a destra dell’affresco acclamava, in latino e greco, D. Lucrezio Satrio Valente e Nerone.

Si trattò davvero di una rissa tra spettatori, di baruffe tra tifosi degenerate per antichi rancori? Come mai spuntarono le armi, assolutamente proibite in simili manifestazioni? Dalle proporzioni che assunse la contesa e dalle drastiche misure repressive si può dedurre che, con ogni probabilità, vi fu l’intervento di infiltrati riconducibili ad associazioni pericolose per la sicurezza dell’imperatore e dello Stato. L’arena era non solo un possente bacino elettorale per gli sponsor dei giochi, ma anche una pericolosa fucina insurrezionale in cui erano presenti grandi campioni di arti marziali. In età repubblicana la rivolta degli schiavi capeggiata da Spartaco aveva avuto origine proprio da un contesto gladiatorio (scuola di gladiatori di Capua) e aveva infiammato per due anni (73-71 a.C.) tutta l’Italia Meridionale fino alla Sicilia, coinvolgendo anche Nuceria e per mare i pirati. Forse i disordini non furono soltanto plebei, ma orchestrati da importanti personaggi dell’aristocrazia locale, come quel Livineio Regolo, ex senatore menzionato da Tacito, che temendo un’espansione della politica coloniale di Nerone a danno delle loro proprietà, fecero intervenire un’associazione giovanile locale armata, denominata Iuventus, per provocare una sedizione[28].

La “squalifica” decennale dell’arena pompeiana e la proibizione di pubbliche riunioni e di associazioni (collegia) riconosciute non legali, non durò a lungo; fu interrotta al più tardi nel 62 d.C. in seguito a un evento eccezionale. Il 5 febbraio la terra tremò con conseguenze disastrose per molti edifici, compreso l’anfiteatro che però fu l’unico ad essere “completamente e rapidamente riparato”[29]. Nel 62 vi fu un altro evento straordinario: Claudio Nerone sposò la donna che amava e che stava per dargli un erede[30], Sabina Poppea, una matrona la cui insigne famiglia forse era originaria di Pompei, comunque certamente legata all’ambiente pompeiano. Ottimo motivo per incrementare la benevolenza dell’imperatore verso gli abitanti della cittadina vesuviana e le frequentazioni del territorio. Forse per intercessione di Sabina, forse per merito del Satrio Valente menzionato insieme a Nerone nell’iscrizione dell’affresco dell’anfiteatro, l’imposizione senatoria non ebbe seguito. Gli spettacoli ripresero e le rivalità tra le parti si riaccesero.

E’ ragionevole pensare che la chiusura forzata dell’anfiteatro, per quanto di breve durata, nella città sacra a Ercole e Marte, ma anche a Venere, abbia intensificato i tributi della plebe alla dea dell’amore e al suo malizioso assistente, Eros, favorendo l’istituzione di un vero e proprio confortevole bordello, il Lupanare dai molti graffiti.

Elmo gladiatorio da parata da Pompei

Elmo gladiatorio da parata da Pompei (Museo Archeologico Nazionale Napoli, 5674).

Nerone e Pompei

Nessuna fonte letteraria antica segnala espressamente la presenza a Pompei di Nerone negli anni del legame con la sua amata Sabina (58-65 d.C.), anche se spesso si recò in Campania, p. es. a Baia, dove soggiornò proprio nel 59; a Napoli nel 64 debuttò in teatro come cantante.

Sono numerose invece le testimonianze di cittadini che nelle iscrizioni incise nella pietra, dipinte o graffite sulle pareti fanno diretto riferimento all’imperatore, p. es. a combattimenti di gladiatori al suo cospetto:

Combatti, Langente, Cesare ti guarda[31]
Mirtilo, che tu abbia il favore di Cesare[32].

Altre iscrizioni annunciano spettacoli circensi e gare atletiche in onore di Nerone oppure menzionano gladiatori di scuderia neroniana[33], inneggiano alla coppia imperiale[34], all’Augusta Poppea[35], all’imperatore per i benefici a Pompei, Pozzuoli e altre città, definite “vere colonie neroniane”[36].

Questo evidenzia quanto siano preziose (se autentiche) le fonti primarie monumentali come le iscrizioni ad integrazione di quelle letterarie.

Nel 65 d.C. Poppea, incinta e malata muore[37]. Nerone amava soltanto (unice) lei, ma una sera le avrebbe sferrato un calcio provocandone la morte. La moglie gli avrebbe rimproverato di averla lasciata sola per andare allo stadio. Morì la gestante, ma anche il bambino che portava in grembo, l’agognato erede. Una tragedia raccontata in toni farseschi. Verosimilmente Sabina morì di parto, come avveniva frequentemente all’epoca, ma il luogo comune sul più efferato degli uxoricidi commessi da tiranni non si spense con lei. Anzi, quello che dagli autori antichi viene considerato, in alternativa a un avvelenamento poco verosimile[38], un incidente forse involontario[39], per taluni storici moderni diventa una perversa fantasia: non si trattò di una semplice pedata, ma di un calcio in pancia[40].

Nel 66 l’imperatore si risposò con Statilia Messalina e transitò per la Campania, diretto in Grecia, per la sua grande tournée di teatrante filelleno e grecomane.

Pitecusani a Pompei e Pompeiani a Pitecusa

Ma torniamo a Pitecusa. E’ curioso che la sola testimonianza epigrafica sulla toponomastica di Ischia nell’antichità sia un tentativo di scrivere in caratteri latini la denominazione greca dei suoi abitanti. Questo certamente è indizio della vitalità della lingua, della cultura greca e del toponimo greco nell’isola, anche dopo l’occupazione romana del Golfo. Finora abbiamo fatto solo ipotesi gladiatorie per quanto riguarda l’estensione ai Pitecusani dell’augurio di morire uncinati che, verosimilmente, non dovrebbe provenire da un isolano. Dopo la restituzione di Ischia a Neapolis, le fonti letterarie sulla storia dell’isola sono sempre più avare e ripetitive, nel senso che riferiscono solo di fatti avvenuti prima dell’episodio di Capri oppure insistono su informazioni di carattere mitografico, esegetico e geografico[41], con una sola eccezione: Plinio il Vecchio, lo scienziato che nel 79 d. C. morì durante l’eruzione del Vesuvio. Nella sua immensa opera enciclopedica (Naturalis Historia) Plinio in diversi contesti dedica la sua attenzione all’isola che, di regola, chiama Aenaria: in primo luogo mostra interesse per le acque termali[42] che menziona a proposito di esseri viventi (flora e fauna) che hanno il loro habitat in acque fredde o calde, come avviene: in mari inter Italiam et Aenariam in Baiano sinu, nel mare tra l’Italia e Aenaria nel golfo di Baia, ma anche per le proprietà terapeutiche, in particolare per curare la calcolosi. Plinio, inoltre, riferisce alcune osservazioni di carattere botanico[43] a proposito di un tipo di cipresso sterile che produce nuovi germogli quando viene reciso, come avviene ad Aenaria. Questo fa pensare a una conoscenza diretta della pianta di cui parla. Lo scienziato era comandante della flotta romana al Miseno all’epoca del disastro vesuviano in cui perse la vita; è ragionevole pensare che abbia visitato di persona l’isola che sicuramente forniva legname per la costruzione e manutenzione di navi. Ciò sembra confermato da una straordinaria notazione di carattere zoologico[44]: et hyaenam piscem vidi in Aenaria insula captum, ho visto anche un pesce iena catturato nell’isola di Aenaria. Si trattava di un cetaceo che poteva trovarsi anche su una barca o altrove; comunque l’osservazione del naturalista rappresenta un’informazione sulle attività ittiche nelle acque di Ischia prima del 79. Non meno interessante è lo scritto in cui Plinio[45], a proposito dell’origine di Prochyta (Procida) e del suo nome, parla di fenomeni vulcanici che hanno causato le trasformazioni geofisiche nell’arcipelago. Dopo aver spiegato l’etimologia di Aenaria con un mito, la sosta di Enea (Aenea), riconosce come mitica la presenza (multitudine) di scimmie ad Ischia. Pithecusa (gr. Pithekoussa) non viene da pithekos (in greco scimmia), afferma lo scienziato, ma dalle fabbriche di giare (dolia, in greco pithoi). Questo significa che l’isola era nota per la produzione di terrecotte che sfruttava l’ottima argilla delle cave di Casamicciola, grande risorsa mineraria nell’antichità, presente ancora in tempi recenti (secolo XIX). Le fornaci scoperte sotto la basilica di S. Restituta a Lacco Ameno risultano essere state attive fino all’inizio del I secolo a.C.[46]. Un vivace commercio di materiale ceramico e di merci, con il relativo trasporto, verso e da i porti campani continuò a sussistere esistere anche dopo il terremoto che causò la fine delle attività industriali nelle fornaci del Monte di Vico e dopo lo spostamento di attività portuali e industriali a Nord-Est dell’isola. Da Toccaneto (Barano) proviene un frammento di giara (dolium), esposto nel Museo di S. Restituta[47], che testimonia la provenienza di contenitori e merci da Pompei.

Bollo di grande giara

Bollo di grande giara (dolium): M. Luccei Quartionis - (Museo di S. Restituta, Lacco Ameno).
Sul frammento, infatti, si legge il medesimo sigillo, tracciato con uno stilo, dopo la cottura, su quattro giare di fattura pompeiana, rinvenute a Pompei in una taverna della Regio VI (CIL 8047, 10).

Possiamo anche pensare che la necessità di ricostruire o restaurare molti edifici dopo i terremoti del 62 e del 63 a Pompei, abbia incrementato il trasferimento di manodopera isolana verso il continente. D’altra parte sicuramente vi furono in tempi diversi migrazioni di profughi in fuga dalle turbolenze vulcaniche dell’isola. Se ci poniamo dunque il quesito: “che cosa ci facevano i Pitecusani a Pompei, oltre a farsi eventualmente coinvolgere come spettatori, forse come protagonisti in campo, dalle tifoserie dell’anfiteatro?”, la risposta è: erano artigiani, operai, commercianti, trasportatori, marinai, pescatori, carpentieri navali, ecc.. Schiavi, ma anche persone di condizione libera.

Un movimento di gente operosa dall’isola verso il continente è ipotizzabile; di viaggiatori dal continente verso l’isola è certo. A integrazione delle poco informative fonti letterarie intervengono documenti epigrafici provenienti proprio da Ischia.

“Nel 1757 nel contorno e nelle vicinanze della ridetta Rupe di Nitroli, [...] taluni lavoratori scovrirono un gruppo di belle, e bensì rare tavole di marmo [...]; le medesime di Real Ordine si dovettero rimettere nel Real Museo”, cioè nel Museo Archeologico istituito nel 1750 nella Villa Reale di Portici, scrive tra il 1816 e il 1824 Vincenzo Onorato[48], Arcidiacono dell’Isola, non senza qualche rimpianto perché avrebbe preferito vedere i marmi a Ischia, come ornamento di una fontana.

Si tratta di 13 bassorilievi marmorei[49], ex voto che attestano l’esistenza di un santuario dedicato ad Apollo Medico e alle Ninfe Nitrodi presso la sorgente che sgorga a Sud dell’isola nel comune di Barano, località Piedimonte. Oggi l’efficacia terapeutica dell’acqua ipotermale di Nitroli o Nitrodi è riconosciuta dalle autorità sanitarie e apprezzata da pazienti e turisti; venti secoli fa chi la utilizzava trasformò il luogo di cura in luogo di culto.

Il santuario si trovava su una pendice meno scoscesa dell’attuale[50] ed era noto ben oltre i confini dell’isola. Tra gli ex voto uno potrebbe ricondurci a Pompei, in ogni caso alla cerchia delle persone al seguito dell’imperatrice Poppea. Nella dedica[51], in latino, si legge: “Argenne, liberta di Poppea Augusta, [consorte] di Augusto dedica in voto alle Ninfe”. Il bassorilievo su tavola di marmo grechetto, non originario di Ischia, rappresenta Apollo tra due Ninfe che sostengono grandi conchiglie. Al fianco del dio un piccolo altare ornato di ghirlande. Il nome Argenne è greco e significa “Bianca”.

Alla prima età imperiale e al contesto del santuario di Nitrodi appartiene anche un altro ex voto di marmo grechetto, un piccolo altare[52] su cui, su un lato, si affaccia un ritratto maschile, un busto coronato di edera. Al di sopra la dedica in latino: “Lucio Rantio, figlio di Lucio, della tribù Tromentina, alle Ninfe”. Sotto il busto si legge la stessa dedica in greco. Un’iscrizione bilingue: latina, come il devoto alle ninfe che la dettò, greca, come la cultura dell’isola e di Neapolis a cui l’isola era stata restituita da Ottaviano. Un terzo rilievo[53], sparito nel 1989 dal Museo Archeologico Nazionale di Napoli, del quale si conservano il calco e la documentazione fotografica, recita soltanto in greco: “Menippo, medico subalpino [oggi si direbbe “padano”; il nome però è greco] ad Apollo e alle Ninfe Nitrodie per grazia pose in voto”. Viene datato al III secolo d.C., un’epoca tanto più tarda di quella neroniana, che evidenzia la continuità dell’utilizzo del greco, ma soprattutto del culto legato alle acque terapeutiche di Ischia che perdurò almeno fino alla fine del III, inizio del IV secolo d.C., quando l’isola fu nuovamente sconvolta dal dinamismo geofisico. Questo significa che fino all’età di Diocleziano ci fu un movimento di visitatori proveniente, come il medico Menippo e i suoi pazienti, dalla penisola verso Ischia, con il preciso scopo di curarsi con le acque termominerali. Dunque anche Argenne, liberta di Poppea Augusta, partì alla volta di Pitecusa/Aenaria e non ci interessa se fosse originaria di Pompei, come forse la matrona che l’aveva affrancata e che probabilmente amava soggiornare nella splendida villa di Oplontis (Torre Annunziata). Di fatto Argenne è testimone, come lo è l’esistenza di un santuario e come lo sono i bassorilievi di Nitrodi, di spostamenti di viaggiatori dalle coste campane verso l’isola, tra cui, prima del 79, certamente anche i Pompeiani.

Piccolo-altare-votivo

Piccolo altare votivo con iscrizione bilingue da Nitrodi - (Barano), Museo Archeologico Nazionale di Napoli, 6708.

Tragico epilogo

A questo punto possiamo anche chiederci se lo scambio di complimenti e maledizioni tra Pompeiani e Campani, Nucerini, Puteolani e Pitecusani scampati a risse, terremoti e duelli tra uomini con uomini e uomini con bestie nell’arena, abbia sortito, a prescindere dalla motivazione, l’effetto desiderato. Per quanto riguarda l’asta uncinata e l’infame trattamento dei condannati a morte, ovviamente nessuna fonte ci informa su chi, quanti, dove e perché lo subirono e quale fosse il luogo di provenienza delle vittime. Tanti, troppi e destinati a rimanere anonimi e dimenticati dalla storia, con una eccezione che è tale perché relativa a un personaggio eminente: l’ultimo, dopo Galba e Otone, dei tre imperatori succeduti a Nerone (69 d.C.). Aulo Vitellio, cresciuto a Capri, a detta del suo biografo, tra gli amasi di Tiberio[54], era figlio di Lucio, un fiduciario di Caligola e poi di Claudio; la sua famiglia era originaria di Nuceria. Vitellio viene descritto da Svetonio[55] come un soldataccio crapulone, obeso e rubizzo, che dopo vari eventi a lui infausti, fuggì nella casa paterna, accompagnato solamente dal cuoco e da un pasticciere [guardie del corpo scelte!], poi in Campania e infine di nuovo a Roma, a palazzo. Lì, abbandonato da tutti, “si cinse di un cinturone pieno di monete d’oro e si nascose nello sgabuzzino del portiere, legando il cane davanti alla porta che aveva barricato con una branda e un materasso” [56]. La solita tragica farsa: le avanguardie dell’esercito di Vespasiano, il futuro imperatore, lo scovarono e “fu trascinato seminudo nel Foro e lungo tutta la Via Sacra con la testa tenuta per i capelli come si fa con i criminali e la punta di spada sotto il mento [...]. Infine, presso le Gemonie, scarnificato con minutissimi colpi e ucciso, fu trascinato con l’uncino nel Tevere”. Cioè fu, per dirla con minore eleganza, sbudellato e dannato per sempre.

Esser gettato cadavere nel Tevere, in pasto ai pesci, senza sepoltura né compianto, equivaleva nella cultura funeraria degli antichi, ad esser per sempre un’anima in pena. Per questo i Romani, previdenti, avevano molta cura nel costruirsi il sepolcro.

Tanto per l’uncus. Per quanto riguarda le folle campane, Pompeiani, Pitecusani, Nucerini, Puteolani, indipendentemente dalla provenienza geografica, da meriti e demeriti e dal luogo dove si trovarono a Pompei il 24 agosto del 79 d.C., intervenne un giustiziere comune, senza attrezzi uncinati, uguale per tutti, come la livella di Totò. Su tutti i contendenti a Pompei vi fu un solo vincitore, il Vesuvio, che fermò la mano dei graffitari, dei gladiatori e dei becchini, dei cultori di Marte e dei devoti a Venere mettendo fine ai loro amori e ai loro orrori.

Conclusione

Meglio:
- desistere da invettive troppo tranchant
- evitare di immortalarle sui muri
- contrastare la violenza negli stadi.
Meglio anche non esagerare con l’esuberanza pirotecnica.

Il vulcano potrebbe svegliarsi.


L’articolo è tratto da “La Rassegna d’Ischia”, 4/2009, pp. 27-34

Note

[1] Trascrizione latina del greco Piqhkoàssa/ai (Pithekoussa o Pithekoussai). Sono solo 6 negli autori latini le trascrizioni del toponimo greco: Liv. VIII. 22.6; Ov. Met. XIV. 90; Plin. NH II. 203 ; NH III. 82. 2; Mela. 2. 120.1;124.4; Serv. Verg. Aen. IX.712.10. Il nome degli abitanti in greco è Piqhkoussa‹oj/oi: Steph. Byz., Ethn. (Epit.) p. 523. 2; 609. 6; Strab. Geogr. V. 4.7.2. Nessun autore latino menziona il nome degli abitanti di Pitecusa.

In latino l’isola si chiamava Aenaria. Non c’è motivo di usare il latino Pithecusae in un contesto in lingua italiana.

[2] Iuv. 10. 66; 13. 245; Svet. Tib.75; Svet. Vit. 17; Lucan. 10.72-77 (per l’arena).

[3] App. Civ. 1.42; Flor. Epit. 2.6.11.

[4] App. Civ. 1. 50.

[5] Diod. 36. 2. 1; Cic. Leg. agr. 2. 86.96; App. Civ. 4, 3; Cic. Sull. 62.

[6] CIL IV 3525, Tac. Ann. 13.31.2; Itin. Ant. 123. 3.

[7] Pozzuoli era colonia romana dal 194 a.C.: Liv. 34-45, 1; nel 60 ricevette da Nerone il titolo di: Colonia Claudia Augusta Neronensis, Tac. Ann. 14. 27; CIL IV 2152 e CIL IV 3525.

[8] Sis. fr. 125,1; Vell. 19.4.4; Plut. Mar. 40.1.6.

[9] App. Civ. V. 8; 69.7; 71.6; V, 9, 81, 16; Cic. Att.. X. 13.1.10; Florus, Epit. DCC. II.18.8.

[10] Suet. Aug. 92.2.4; Strab. Geogr. V. 49. 41; Anche Plin. NH. V. 137. 7 rileva, citando Svetonio, il prodigio botanico. Su Capri anche: Dio. Cass. 52.43.2.

[11] D’Ascia, p. 115 s..

[12] L. De Crescenzo in: M. Liguoro, p. 47.

[13] Buchner 1994, p. 11; 1986 p. 145; Monti 1980, p. 206.

[14] Buchner 1986, p. 165; Monti 1979, pp. 179-184.

[15] Cfr. nota 41.

[16] Zangemeister, CIL IV 2183.

[17] L’autore del graffito Petecusanis che si trova nella riga sottostante l’aggiunta et uncum Pompeianis senza congiunzione con la frase a cui è correlato, in caratteri più piccoli nello spazio di un’iscrizione erasa, per la lettera E usa un segno diverso dai due tratti verticali usati da chi scrisse il testo precedente sostituendola alla Ĭ. Inoltre omette la H, usata nel curioso digramma CH di NUCHIIRINIS.

[18] Conestabile, p. 256 III b.

[19] Chi se lo poteva permettere ospitava le prostitute (o i prostituti) in casa propria: La Rocca, p. 315.

[20] Étienne, p. 286.

[21] Le iscrizioni graffite sono 136 di cui 7 in alfabeto greco e 1 in alfabeto osco: Varone, p.195.

[22] Galsterer, p. 328 e 330 s. insiste sull’ostilità dei Pompeiani nei confronti di Nuceria e Capua per motivi politici.

[23] CIL IV 1329, TXXI,12, Strada di Mercurio.

[24] CIL IV 7989, Regio II Campus, iscrizione dipinta. Non è certo se le sparsiones fossero delle distribuzioni di omaggi agli spettatori oppure degli spruzzi d’acqua profumata, Jacobelli, p. 22 e 44.

[25] Étienne, p. 317.

[26] Tac. Ann. XIV.17, trad. Ceva, p. 635; Jacobelli, pp. 43, 72, 106.

[27] Jacobelli, p.20.

[28] Galsterer, p. 324 e 325.

[29] Étienne, p. 317.

[30] All’inizio del 63 nacque una figlia, Claudia Augusta, che morì ancora in fasce: Tac. Ann. XV. 23.1-3.

[31] Proeliare Langens Caesar te spectat, CIL IV 2398, Strada dei Diadumeni.

[32]Myrtile habias propitium Caesare[m], CIL IV 2083, Strada di Olconio.

[33] CIL IV 7989; CIL IV 1474 e 10237 (Neronianus).

[34] CIL IV 3726; CIL IV 1074; CIL IV 7625.

[35] CIL IV 10049.

[36] CIL IV 3525; CIL IV 2152.

[37] Tac. Ann. XVI,5; Svet. Ner. 35; Cass. Dio. 62.28.13.

[38] Tac. Ann. XVI.5.

[39] Cass. Dio. 62.28.1.

[40] Holztrattner, p.130, B. Goffin, NP 10 s. v. Poppaea, Fini, p. 145. Per Fini il litigio è credibile, il calcio no e Nerone era ubriaco!

[41] La restituzione di Pitecusa a Neapolis da parte di Ottaviano è l’ultima (in ordine cronologico) informazione sulla storia di Ischia reperibile nelle fonti letterarie antiche, greche e latine. Sono in tutto 11 gli autori che riferiscono avvenimenti storici datati o databili con buona approssimazione: la fondazione di Napoli, di Pitecusa e di Cuma e l’intervento di Gerone di Siracusa (Liv. VIII. 22.5-6; Strab. Geo.IV.9.7.3 e V.4.7.2), un naufragio di Agatocle (Diod. XX. 44.7.5), C. Mario (Sis. Fr. 125.1; Plut. Mar. 37.1 e 40.6; Vell. Pat. Hist. Rom. II.19.4) e S. Pompeo (Cic. Att. X.13.1.10; Florus, Epit.DCC. II.18.8; App., Civ.V.69.7;V.71.6. e V.81.6). A queste si possono aggiungere l’eruzione del 91 a.C (con datazione consolare) menzionata da Julius Obsequens (Prodigiorum liber, 54.114) e forse i frammenti di Flegonte di Tralle (Paradox, Fr 2b, 257, F36.429) su un oracolo arcaico. Tutte le altre, a parte Plinio nella Naturalis Historia, forniscono testimonianze di carattere geografico o vulcanologico, mitografico, esegetico (in riferimento alla toponomastica o ai miti legati alla natura vulcanica dell’isola) o poetico.

[42] Plin. NH. II. 227. 3; NH. XXXI. 9.

[43] Plin. NH. XVI. 141.9.

[44] Plin. NH. XXXII. 54.9. Sul pesce iena (non meglio identificato): Opp. Hal. I.372; Ael. IX, 49.

[45] Plin. NH. III. 82.2-3.

[46] de Waele, p. 232 e n. 558; Monti 80, p.132. Nel V e IV s. a.C. è documentato l’utilizzo di terrecotte architettoniche di fabbricazione pitecusana a Pompei, 217 n. 446 e 225.

[47] Monti 1991, p. 190 e 191, fig. 141: M. LUCCEI QUARTIONIS.

[48] Vincenzo Onorato, Ragguaglio storico topografico dell’Isola d’Ischia, da: S. Adamo Muscettola, p. 61.

[49] S. Adamo Muscettola, pp. 37-61; Iapino, pp. 1-15; Forti, pp. 161-191.

[50] La costa meridionale dell’isola ha subito in età romana un sollevamento ca. 20 metri: Italiano 1994, p. 167. Anche se il sollevamento va posticipato al XVII secolo (Buchner 1986, p.166), le sorgenti si dovevano trovare ad un livello accessibile dal mare.

[51] CIL X 6787; Adamo Muscettola, p. 50.

[52] CIL X 6797; Adamo Muscettola, p. 10.

[53] IG XIV 832; CIL X 6786. Adamo Muscettola, p. 57.

[54] Svet. Vit. III.

[55] Svet. Vit. XIII.

[56] Svet. Vit. XVI-XVIII, trad. Dessì.

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