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Malia a Noja

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Escursione a Noja
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Ischia è un Continente  o un Continente in un’Isola. Non basta una vita – anche se ha superato il mezzo secolo – per conoscerla tutta. Anche se hai una biblioteca piena di libri su Ischia ed addirittura possiedi la “Bibliografia Isclana”  di Pietro Serra cioè un catalogo dettagliato ed enorme, fino al 1966, su tutto quanto è stato scritto su Ischia da parte di studiosi e viaggiatori c’è sempre qualcosa da scoprire, c’è sempre un angolo che non hai visto, un panorama che ti mancava, una piccola storia di un contadino che ti fa capire ancor meglio l’economia di un tempo.

Così in un giorno di sole di questo magnifico settembre -  che ci fa ben sperare in un altrettanto mite ottobre perché qui, come dimostrò il climatologo Cristofaro Mennella (1907-1976) nella sua “Ischia, gemma climatica d’Italia”, “l’autunno è un’estate inoltrata” - siamo andati – io e Massimo Pilato con la sua macchina fotografica – a visitare il Borgo di Noja nel Comune di Serrara-Fontana a circa 450 metri sul livello del mare. La colonizzazione greca  iniziata nell’VIII secolo a.C. con l’acropoli  di Monte di Vico a  Lacco Ameno è giunta perfino qui, a 500 metri sul livello del mare, in questi anfratti ed in queste colline  portando la lavorazione della ceramica e la coltivazione della vite. Della lavorazione della ceramica non sono rimasti che frammenti che il prete-archeologo Don Pietro Monti (1915-2008)  raccolse in questi terreni e pose nel Museo di Santa Restituta a Lacco Ameno ma  la coltivazione della vite è continuata  ed è diventata la principale attività  degli abitanti  di questo “Casale Serrara e Fontana” per secoli e secoli fino ad oggi. Questo Borgo di Noja è di origine greca a partire dal nome: Noja deriva da “anògheia” cioè “luogo alto, terra di sopra, casale posto in collina”.

Dopo i greci vennero i  romani e poi  i  cristiani e costruirono una chiesa che era intitolata a San Andrea della quale oggi non c’è alcuna traccia ma ancora oggi nel “fundus S. Andrea” i contadini raccontano di aver trovato zappando i terreni ossa umane, resti  dei seppellimenti in quella chiesetta andata distrutta probabilmente dai terremoti.

In quella chiesa di S. Andrea – di cui non resta nulla ma i “pizzi” della famosa Cava sono proprio denominati di Andrea -  si rifugiò nel 1378 il vescovo d’Ischia, Bartolomeo Bussolari (1359-1389), spodestato dal Papa di Avignone Clemente VII per la sua fedeltà a Urbano VI e così un pezzo di quel periodo lacerante per la Chiesa di Roma è arrivato perfino qui. C’era una lapide in latino  che ricordava l’opera di quel vescovo pavese, monaco di S. Agostino, che ricordava che “Nel 1374 fra Bartolomeo da Pavia, vescovo isolano, con il proprio sudore, fece fabbricare queste case e gli ospizi in Barano, in Fontana e al Castanito nonché celle delimitate da mura presso i possedimenti di S. Restituta e i giardini di Girone, a lode della vergine, di Paolo e Agostino, suoi difensori”. Questa lapide fu portata nella sua casa di Casamicciola dal dottor Jacques Etienne  de Rivaz ai primi del 1800 e poi trasferita nella casa del dottor Antonio Mennella, medico e bibliografo,  dalla quale fu tolta dai successivi proprietari ed oggi non vi è più traccia. Il Vescovo Bussolari morì qui nel 1389 ma  non si conosce il posto dove  fu sepolto.

L’estensione terriera del Borgo di Noja era molto più vasta dell’attuale abitato moderno. Oggi il Borgo è costituito da un gruppo di case costruite con la  “pietra verde” del “tufo dell’Epomeo” che si può trovare solo nell’isola d’Ischia. Alcune hanno conservato l’antica fattura  ma altre e forse la maggioranza sono state stravolte dalla modernità e dal cattivo gusto. Vivono attualmente nel Borgo circa 15 famiglie contadine ed alcune case sono state acquistate da villeggianti per le loro vacanze in un posto dove né le auto né i motocicli possono accedere. Ogni gruppo di case ha la cisterna di acqua piovana perché “l’acqua era più preziosa del vino”, come ci dice Don Angelo Iacono, il prete-contadino, parroco di Serrara, che ci accompagna nella visita a Noja. L’acquedotto sottomarino è arrivato soltanto nel  1958.

A Noja facciamo visita alla cantina di Lucia Iacono (qui i cognomi sono solo Iacono e Mattera e per distinguere le famiglie il soprannome è necessario e l’hanno tutti), che con fierezza ci ricorda l’opera di suo padre, Ciro, morto ad 84 anni cinque anni fa, detto “Ciro mano mozza” perché aveva perduto la mano sinistra con un mortaletto quando era ragazzino.

“Mio padre è stato contadino tenace  per tutta la vita, lavorando la terra dall’alba al tramonto, scavando nella roccia la sua cantina che  conteneva tutto il suo patrimonio” ci dice e ci fa vedere la bella chiave del portone “grande perché la cantina era la sua cassaforte” ci dice mostrandoci gli attrezzi antichi della lavorazione del vino e perfino le “canne- forchette”  che venivano utilizzate per mangiare e la “canna-bicchiere” che veniva utilizzata per bere. Sono la testimonianza di una civiltà millenaria della coltivazione della vite. Fino agli anni ‘50 del ‘900 e cioè prima dell’avvento dell’economia turistica la superficie  destinata  a vigneto in tutta l’isola era di circa 3mila ettari e la produzione annuale era di circa 250mila ettolitri di vino  bianco e rosso che veniva esportato in tutto il Mediterraneo. Attualmente la  superficie a vigneto è di soli 900 ettari e la produzione è scesa a circa 60mila ettolitri ma in compenso in questi ultimi anni è notevolmente migliorata la qualità con una forte rivalutazione del patrimonio e della  tradizione  vitivinicola dell’isola.

Lucia continua – tenacemente – la tradizione familiare con la sua piccola produzione di circa mille litri all’anno di un bianco misto di Biancolella e Forastera, i due vitigni tipici dell’isola. Ci offre anche uno “spuntino contadino” con un pezzo di pane ed un pezzo di salciccia ed un bicchiere del suo  buon vino con una straordinaria cordialità.

Lasciamo Noja, presi dalla sua Malia, dall’ammirazione e dal ricordo verso questa popolazione contadina che per secoli ha vissuto con dignità lavorando la Madre-Terra e ripensiamo  all’osservazione ed all’ammonimento della scrittrice Gina Algranati che raccolse “I canti di popolo dell’isola verde” oltre cinquanta anni fa:

“… Quanto felici dovettero essere i primi abitanti, pescatori, agricoltori, modellatori d’argilla, gente contemplativa e serena, che ripeteva i miti e le favole antiche e non prendeva posizione contro la Natura, misurandosi con le forze elementari. I portatori dell’edilizia moderna rispettino questo tipo di architettura rustica, figlia della Terra e del Fuoco, dell’Aria e del Sole”.

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Autore di questo articolo: Giuseppe Mazzella

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