Ischia News ed Eventi - L'Isola delle sirene

L'Isola delle sirene

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Pubblichiamo  la bella  presentazione della prof.ssa Anna Di Meglio del libro “ L’ isole delle sirene” di Rita Bosso tenuta a Villa Arbusto sabato 25 agosto 2012 per iniziativa del Garden Club Isola d’ Ischia presieduto da Nunzia Mattera Sena.

Rita Bosso – lo abbiamo già scritto su queste pagine – è “ la Donna delle due isole” cioè di Ponza e di Ischia avendo vissuto sia nell’ una che nell’ altra e quindi è l’ ultima o unica testimone del legame storico che unisce Ischia a Ponza, come abbiamo documentato nei servizi su Ponza che si possono trovare su questo sito, tanto da indurci a proporre un “ Distretto Turistico-Industriale” delle cinque isole napoletane da Capri a Ponza e dove Ischia, l’ isola più grande e più carica di storia, costituisca  l’ “ Isola-Madre”. Questi legami con Ponza  vanno sciogliendosi perché non ci sono più collegamenti marittimi tra le due isole. Ecco perché – oltre al valore letterario che è notevole – il libro è una commovente testimonianza di un mondo che va scomparendo. A Rita Bosso esprimiamo la nostra profonda riconoscenza.

g.m.

Ponza, 24 luglio 1943, l’incipit.

Un bimbo va urlando per il paese . “Hann’ accis’ ‘a mamma mia! Hann accis’ ‘a nonna mia!”

Una tragedia privata che diventa collettiva, pubblica.

Al largo di Ventotene, un piroscafo, a bordo tra i settanta – cento passeggeri, viene affondato da tre aerei inglesi.

Ponza, 29 luglio 1943, il finale.

Un gruppo di confinati dal regime fascista lascia l’isola.

Per tutti, nulla sarà mai come prima.

Tra coloro che partono, una donna, Luisa, io narrante in questo romanzo.

Chi abbia letto l’altro libro di Rita  Bosso, Diario di Amalie, ritroverà modi e luoghi familiari.

L’isola di Ponza;

la narrazione al femminile;

l’impronta di fondo diaristica, di memorie private e collettive;

la Storia, documentata, e le tante piccole storie di “omini neri”, cotti dal sole o rabbuiati dall’ombra delle case, quasi antri trogloditici, curvi sotto il peso della fatica e delle vessazioni;i flash back, i percorsi temporali non lineari, di stampo psicanalitico;l’amore per la cucina (l’io narrante, Luisa, è cuoca raffinata al servizio dei duchi Camerini, e tenterà inutilmente di respingere le contaminazioni invadenti, volgari e, per lei, maleodoranti della cucina popolare di Ponza);i detti, i motti tradizionali;i toponimi, che scandiscono i vari capitolie sembrano mitici e corsari, rustici e suggestivi, profani e, insieme, mistici:

Chiaia di Luna

Dragonara

Scarrupata

Spaccapurp’

Santa Maria

Parata (dove si “apparano” le reti per catturare gli uccelli, sulle cui rotte di migrazione l’isola è posta).

Luoghi autentici e reali,

scabri,presentati talora in un bianco e nero abbacinante e luttuoso,intrisi di miseria e privazione,eppure capaci di in – cantare.

Il canto, misterioso, delle sirene.

La storia è presto detta.

Si sviluppa, a mio parere, come una treccia, costituita da tre ciocche:

la prima, Luisa,la seconda, il duca Luigi Silvestro Camerini

( Padova, 1906 – Ischia, 1991),la terza, il Grande Inganno del regime fascista.

Luisa,  figlia di  famiglia borghese benestante, che le ha permesso di godere di una buona istruzione, di apprendere l’arte di suonare pianoforte e violino,

di punto in bianco, diciannovenne, celebra un particolare rito di rottura con il passato, gettando quest’ultimo nel pozzo, per poter di nuovo coniugare i propri “verbi al futuro”.

Tali rituali corrispondono ad una spiccia volontà che ella manifesta fin da bambina, dopo il primo trauma rappresentato dalla morte dell’adorato gatto.

Altre cerimonie similari, con una cadenza all’incirca decennale, seguiranno, a scandire le tappe dell’esistenza, segnate sempre da tragedie: la tappa dell’amore,

quella della maternità,quella, centrale nel romanzo, che, parafrasando Tommaseo, definirei “Fede e bellezza”.

Fede nel mito di un’esistenza ordinata, scandita da regole severe, all’interno di un’ isola – roccaforte, che non è Ponza ( dove, ella dice con un paradosso, le riesce impossibile isolarsi), bensì la gabbia dorata della cucina di Montruglio.

Fede altresì nel mito roboante e pomposo dei proclami fascisti, schiettamente abbracciati nel desiderio di veder affermarsi un mondo nuovo di onestà e regole condivise.

Bellezza, rappresentata da un vivere armonioso, civile, splendido come le architetture delle residenze dei Camerini, decoroso, come il villaggio gioiello creato per i dipendenti dall’illuminato duca Paolo, ogni casa dotata dei comfort essenziali, ciascuna con il proprio giardinetto ( Utile e Bello, concetto presente con insistenza in queste pagine ).

Bellezza, incarnata soprattutto dal duca Luigi Silvestro, al quale l’opera eleva un monumento: elegante,colto, raffinato, intelligente,non snob, generoso, disponibile ad imbastire rapporti con gente semplice come gli isolani, simpatico,gentile, non schizzinoso esteta, ma amante del bello in ogni sua forma, sensibile anche alla grazia di scalinatelle storte,sghembe,di scorci di abitazioni miserrime.

Luisa AMA il Duca, e le sue critiche a tale modello di perfezione suonano sempre bonarie, materne: egli ha grande successo con le donne, che tuttavia non sa scegliere; si appassiona, incomprensibilmente per la sua serva, alle piccole cose, “è come Sant’Antonio che s’innamorò del porco”; si mette nei pasticci col regime, in nome del suo “fridom bifor oll”, ed ella è disposta a perdonargli persino questo irragionevole antifascismo come ad un ragazzo un po’ guascone.

La terza ciocca è quella del regime mussoliniano, che fa da colonna sonora e da bollettino di guerra a buona parte dell’opera.

Luisa caparbiamente, diligentemente si ostina a ravviare, disciplinare questa treccia, facendola luccicare orgogliosa, strigliandola, stringendo la propria esistenza alle altre due in viluppi armoniosi e rassicuranti, reprimendo con perentoria acidità ogni ricciolo ribelle, come il Gorzi, che più o meno discretamente la corteggia,

come i rossi e, in generale, tutti i dissidenti,rinunciando all’amore,ai contatti aperti col prossimo,rinunciando  a vedere e sentire,

occhi ed orecchi intorpiditi dalle fanfare del regime,dalle pagine edulcorate dei romanzetti di Liala: “Ali di Nuvole” !

Poi, altri suoni squarciano l’incantesimo:

Un urlo,che rompe quel mondo di vana perfezione,un bimbo, cui nessun bel discorso potrà spiegare il perché della fine della sua famiglia;e le voci invadenti di un dialetto campano, ripudiato con l’infanzia, che entrano nella sua cucina diventata porto di mare;ed il sommesso strascichio di piedi di un giovane scheletrico, che morirà di stenti; ed i comunicati delle inutili, ingiuste, ottuse limitazioni imposte ai confinati e ad un popolo intero ridotto al confino in casa propria;e infine il canto delle sirene.

“E’ certo questa l’omerica isola delle sirene”, si dice il Duca.

Nel X canto dell’Odissea Omero si riferisce a Ponza, forse, chiamandola Eea,  residenza della maga Circe; qui gli indolenti abitanti maschi sono stati tramutati in porci, mentre le donne, con la loro avvenenza ed il canto ammalianti, hanno il compito di attrarre i malcapitati naviganti per la signora del luogo.

Le sirene, riflette il Duca, sono di certo le foche , creature presenti sull’isola, che, sorprese a terra, si difendono lanciando sassi. Ma poi non riesce proprio a spiegarsi a cosa possa imputarsi il mito del canto.

Informe foca-sirena è la vecchia Scellona, “ donna cotta dal sole, sdentata, di età indefinibile” che “ si mimetizza sugli scogli neri meglio di un “granchio”, dalle pruriginose voglie erotiche ormai insoddisfabili, le quali, dunque, sfoga, perfida e

primitiva, lanciando malefici contro individui belli , giovani, sani.

E sirene diventano creature per metà femminili, per metà animali marini’, striscianti fuori dal mare nelle grotte, al chiaro di luna.

Sirene sono le donne, che, in ansia per le sorti dei propri uomini, sgusciano durante la notte verso U ‘Rutton’, per interrogare, tramite l’oracolo-medichessa-conciaossa Marietta, le voci del mare, in un antro non poi così dissimile da quello della Sibilla.

Ognuno ci sente quello che crede,

ognuno insegue la propria sirena,

ognuno trova le proprie risposte.

Così anche Luisa, che sceglie come proprio iter psicanalitico,u Rutton’ ‘i Chiaia ‘i Lun’, ricostruendone meticolosamente la storia e lo scavo ad opera di schiavi romani, 168 metri di “opus reticulatum” in tufo e granito, e, operandovi, tuttavia, metaforicamente, sotto l’urgenza del proprio travaglio interiore,  fino a

tramutarlo, novella maga Circe, ora in un fiore, dalla enorme corolla carnosa, ora in una bocca,

atta a trangugiare e vomitare vite ed esperienze, infine in una straordinaria vagina slabbrata e sformata da infinite penetrazioni.

Questo grottone, nella crisi che fa vacillare tutti i propri dèi, Luisa percorre, popolandolo di volti e voci dell’ultimo anno trascorso,

guardando in faccia tutti i propri errori, senza tentare di giustificarli o rinnegarli, senza lavare la propria camicia nera nella varechina,come tanti invece faranno, bensì strappandosela a brani di dosso, come pelle lacerata.

Il libro di Rita veste una scrittura piana, armoniosa, ironica, talora umoristica, sobria, a tratti lapidaria.

Questa è la sua cifra migliore, come già rilevato per la sua opera prima.

Belli i ritratti, quali in bianco e nero, quali a colori, degli scorci dell’isola,

come pure l’ode al pane da parte di un giovane, Temistocle, che sogna del proprio futuro,come gli sprazzi di luce sulle vite dei pescatori. Davvero suggestivo e lirico uno dei racconti di pesca: il mare notturno silente, il luccichio di argenteo mercurio dei branchi di pesce, o le traiane, le danze nuziali dei rutunni…

Dietro questa essenzialità freme,poi, una passione, che, tuttavia,mi pare trovi una resa più efficace quanto più è lasciata intuire, quanto meno è eviscerata in maniera poco immediata, bensì guidata da un’indagine psicoanalitica troppo scoperta, quasi da manuale.

Per il gusto del suggestivo,poi, qui c’è ampio spazio.

Per chi ami ossimori e raffronti metaforici, ve n’è vastissima gamma.

Per chi voglia seguire un filone storico-documentaristico, tanti gli spunti di interesse.

A me piacciono le chiavi garbate e incisive, i toccata e fuga, il pizzicato  vibratile, nevrile scandito dai toponimi, dai piccoli personaggi, dalle micro esistenze graffiate in pochi tratti, le battute sapide e brucianti.

Quanto al titolo, L’isola delle sirene, scomoda forse Omero a battezzare queste pagine,  per mostrare invece come il reale si sbrigli verso l’immaginario e come questo, in epoche diverse, si sostanzi da mito in nuova realtà.

Ma frasi-chiave sono altresì rintracciabili in quel sorridente “Sant’Antonio che s’innamorò del porco”, l’eccelso che non nega la grazia del semplice;

nella  insistente domanda, profonda, invece, e drammatica, “Ma ne vale la  pena? Ne è valsa la pena?”, a sintetizzare un’epoca e le sue scelte. Difficili. Sempre.

“Ciò che è facile, non può essere anche duraturo.”

Emblematici anche i “ciardin’”, che altro non sono che i poveri orti degli abitanti di Ponza, dove si coltiva l’utile e dove il Duca, invece, vede bellezza. A questi fa da alter ego il giardino, architettonicamente impostato e con le proprie mani realizzato, dove il Duca coltiva bellezza e dove i popolani riconoscono l’utile.

“Nella guerra tra Utile e bello si schierano(…) l’esercito di paesani piccoli e neri e un uomo solo, intento a scolpire capitelli e a progettare archi e colonne.”

“Ognuno combatte la propria battaglia; entrambi sanno che vinceranno insieme, oppure insieme saranno sconfitti.”

Anna Di Meglio Copertino