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Le Sacre Scritture senza sconti sul prezzo di copertina

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Padre-Filippo-Strofaldi

Il Vescovo d’Ischia. Mons. Filippo Strofaldi, ha anticipato di un giorno la festività di San Francesco di Sales, patrono dei giornalisti, ed ha incontrato i giornalisti locali domenica 22 gennaio nella Chiesa Cattedrale, ritornata ad essere esclusivamente la “Cattedra del Vescovo”, prima di partire per Roma per il Consiglio Permanente della CEI. Ha celebrato la messa eppoi nella sagrestia ha conversato con i giornalisti in una informale conferenza stampa consegnando a tutti una copia del lavoro di Agostino Di Lustro, professore di Lettere, storico locale, diacono permanente e l’unico laico ammesso al Capitolo dei Canonici, il “Senato del Vescovo”, sulla “Cattedrale di Ischia dalle origini ai nostri giorni”. L’incontro del Vescovo con i giornalisti locali in occasione della festività di San Francesco di Sales fu istituito una ventina di anni con il Vescovo, Mons. Antonio Pagano, proprio per una momento di riflessione, di pace, per i lavoratori dell’informazione ed il Vescovo Strofaldi fin dal suo insediamento nel 1998 ha voluto mantenere la consuetudine. Al Vescovo viene unanimemente riconosciuta una Autorità Morale, oltre le parti politiche ed addirittura oltre le stesse diversità del credo religioso, capace di far riflettere sul tempo presente e su i suoi mali.

Ma il Vescovo Strofaldi – che preferisce essere chiamato fin dal suo insediamento semplicemente “Padre Filippo” anzicchè “Eccellenza” – ha colto l’occasione nella sua omelia , traendo spunto dalla lettura della domenica tratta dal Vangelo di Matteo, per rimarcare che il compito del cristiano non è solo quello di “predicare” la Parola di Dio ma di “praticarla”.

“Dopo il Battesimo alle acque del Giordano e il riconoscimento di Giovanni: “Ecco l’Agnello di Dio…”, Gesù – dice il Vangelo – cominciò in Galilea a predicare la Buona novella, a curare ogni sorta di malattia, ad annunziare la conversione “Convertitevi e credete al Vangelo” e a farsi collaborare chiamando gli Apostoli.

Cominciò dalla Galilea a predicare il Vangelo: la predicazione di Gesù non parte da Gerusalemme, dal centro religioso, con le garanzie dell’ufficialità.

La Galilea delle genti era una regione a rischio (così il profeta nella prima lettura): la terra di Zàbulon e Nèftali era sospetta, disprezzata per le contaminazioni pagane. Gesù cominciò a predicare il Vangelo in questi luoghi dove era vissuto per trent’anni, in questa parte di frontiera, in questo luogo di passaggio dove si incontrano gli uomini più diversi per razza, cultura, religione” ha detto.

Poi ancora: “Come ieri così oggi abbiamo un relativismo etico impressionante, un paganesimo di ritorno.

E Gesù annunzia la conversione, annunzia il Vangelo a chi è disposto a cambiare, a chi vuole essere liberato dalla malattia, ingiustizia, peccato, odio, violenza, sopraffazione”.

E quindi la riflessione: “Ma l’annuncio del Vangelo è sempre legato ad un impegno di promozopne evangelica e promozione umana, di carità verso gli altri sull’esempio di Gesù che è venuto a “evangelizzare” e a “curare” (non solo alzare la voce contro, ma anche fare gesti concreti) e ci unisce in comunione per formare una sola grande famiglia: la Chiesa.

Ma Gesù non agisce da solo, si fa collaborare e chiama i discepoli per l’attuazione del progetto di Dio. Ma dovendo scegliere questi collaboratori per l’annunzio del Regno non passa a rifornirsi nelle accademie, nelle scuole degli Scribi, nei laboratori dove si formano e si sfornano esperti, Gesù si rivolge a gente semplice, li interpella mentre sono intenti al loro mestiere, mentre stanno al solito posto di lavoro.

E il maestro Gesù non consegna loro un testo, ma presenta una strada da seguire, non presenta loro una dottrina da imparare, ma un cammino da fare, non fa svolgere un programma a cui attenersi, ma un’esperienza da vivere. Li chiama e li indirizza sulle strade degli uomini, “Vi farò pescatori di uomini”, dove c’è l’uomo lì c’è l’annunzio del Vangelo, perché il Vangelo non segue i tracciati delle carte geografiche, ma le mappe dei bisogni e delle necessità, non le indicazioni dei sociologi e antropologi. Ed è su queste coordinate che di deve muovere l’impegno ecclesiale della nostra comunità. Per cui anche se stiamo sperimentando il calo di tanti valori religiosi e lo scollamento di antiche convinzioni dal vissuto della gente, anche se il virus dell’indifferenza ha investito la fede e l’agire delle persone e comunità, di fronte a un quadro clinico così in crisi, noi come cristiani, non come quarto potere, vogliamo non scoraggiarci, ma con grinta perseverare nell’annuncio del Vangelo attraverso le Parrocchie, la catechesi dei ragazzi e dei giovani, gli incontri di famiglie e di anziani e soprattutto rispondere ai bisogni del territorio con il pane caldo di giornata e non con mezzi di scarso potere nutritivo.

Le conclusioni: “Senza questi gesti concreti, senza l’impegno di “curare” le malattie insieme alla Evangelizzazione, i nostri sussulti pastorali saranno scambiati per istinto di sopravvivenza, i nostri metodi si trasformeranno in tecniche di conservazione dell’apparato e perfino le nostre preghiere daranno l’impressione di imprese del sacro che attintano solo l’esterno della Chiesa.

Solo così noi cristiani possiamo dire di vivere il Vangelo con serietà, con trasparenza e senza sconti sul prezzo di copertina.

E’stato chiaro a tutti che quell’accenno finale “allo sconto sul prezzo di copertina” era una similitudine indirizzata soprattutto ai giornalisti invitati a raccontare la verità”, “lo splendore della Verità”, e nel drammatico tempo di oggi merita molto apprezzamento questo richiamo del Vescovo a “praticare” i valori condivisi del Cristianesimo – che vanno da Occidente ad Oriente e viceversa – perché la sola “predica” non basta né al prete né al laico.

Un chiaro invito ai giornalisti affinchè anche loro – che vivono di “prediche” - non dimentichino la “pratica” per migliorare la società civile in tempo di decadenza.