Sabato 26 Luglio 2014

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La notte delle lampare

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Totani
Giorgio Mattera
Totanara
Totanare
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Il tramonto era passato da un paio di ore ed una signora da poco ospite della nostra isola mi chiedeva a quale paese corrispondessero le luci che si vedevano verso il mare. “Signora quello che vede sono lampare, sono le luci dei pescatori di totani”.

Spinto da un inguaribile senso di nostalgia, ricordo quando da ragazzino provai la prima emozione nell’uscire in barca di notte con mio padre e mio zio Pierino,regalando a me e mio cugino Checco un dono dal valore incalcolabile fosse soltanto per averci permesso di conservare negli occhi e nel cuore le immagini e le sensazioni di quei momenti. Notti intere in mare aperto dove tutto quel buio avrebbe reso inquieto anche l’animo più audace. Vedere solo il nero dell’acqua e sentire il rumore cadenzato e assordante del motore del gozzo ti induceva al silenzio totale, che si rompeva solo quando arrivavi sul posto prescelto. Appena il motore veniva spento, come per magia, riprendevi possesso anche della tua mente, e finalmente potevi parlare, bardati come i pescatori delle acque del nord: maglioni, cappelli, calze “perché la notte l’acqua di mare ti entra nelle ossa”.

E pensare che prima , negli anni cinquanta, i totani arrivavano fin sulla battigia( in gergo era lo “straquo” ) e li rimanevano in quanto la sacca si riempiva di sabbia non facendoli muovere, da li il famoso detto “mi sembri un totano”. Oggi sempre più isolani si ritrovano in mare aperto per la “nottata delle lampare” e ancora oggi non mi spiego come, nel buio più totale, potessero riconoscersi tra di loro i vari pescatori. A notevoli distanze si chiamavano per nome, rispondendo con frasi che spezzavano il silenzio ovattato, illuminato dalla luna e rotto dallo sciacquio delle onde.

Penso che non esista ischitano che non abbia mai fatto un’uscita notturna di pesca al totano. E penso che, nonostante sia io persona per niente avvezza alla pesca, non esista un tipo di pesca più magica, più affascinante.

Per capirne un po’ di più dal punto di vista squisitamente tecnico mi rivolgo ad uno dei tanti isolani che da anni si cimenta nella pesca al totano: Giorgio Mattera in arte “il Negus”. Pescatore figlio di pescatori, collo taurino, le rughe scavate dalla salsedine, gli avambracci tatuati nella miglior tradizione marinara fanno del “Negus” un perfetto “totanaro”. Con l’immancabile sigaretta stile Humphrey Bogart e il cicchettino di brandy invecchiato comincia spiegandomi la parte più importante : la preparazione della “totanara”

La totanara ha un fusto in acciaio che reca ad un estremo un ciuffo di ami che serve per uncinare il totano, dall’altra una fonte luminosa intermittente che serve per attrarlo. La totanara è legata ad un filo di nylon lungo almeno 100 metri. Attorno al fusto viene avvolta l’esca: la totanara viene “annescata” con fette di pancetta, con una sarda sottosale, assicurate al fusto con sottile filo di cotone, operazione che viene eseguita a quattro mani. Poi vi sono le esche speciali e la favorita di Giorgio e’ la “perchia” (sciarrano) sottosale, che per l’esperto pescatore è la migliore esca che esiste. Il totano mi dice , come il calamaro, entra in attività nel tardo pomeriggio fino a poco prima dell’alba, quindi è bene trascorrere tutte queste ore in mare nella maggior sicurezza possibile. I punti da preferire sono quelli non troppo lontani dalle coste, e per quanto riguarda il periodo è bene affrontare la battuta di pesca con la luna nuova. Ormai il totano lo si pesca tutto l’anno, ma la vere “notti delle lampare” vanno da fine Luglio a Settembre quando il mare si riempie di luci come un palcoscenico immenso con le stelle e la luna che fanno da contorno. Mi racconta Giorgio che la magia della pesca a totani inizia quando osservi lo scintillìo del plancton che affiora sulla superficie e senti l’acqua muoversi, come per il guizzo di qualche pesce: è il segnale della presenza di ricciole giganti e di ‘canesche’ affamate: un ottimo segnale.

Una volta che le posizioni in barca sono assegnate comincia l’attesa fantasticando su cosa possa succedere sotto la barca, su che cosa passi li sotto. Ognuno con la propria esca tra le mani ,ed il secchio in cui far ricadere la lenza tra i piedi, lascia andare giù il filo, 30-40 metri, aspettando di percepire con le dita uno strattone, un segno che qualcosa abbia abboccato.

A volte sono attese interminabili e nel frattempo si addenta uno spuntino veloce sperando che proprio in quel momento il mollusco non “bussi”! Mi avverte Giorgio che quando il totano lo tiri fuori devi stare attento, perché schizza dalla sua sacca l’acqua come un segnale inconfondibile e  “vendicativo”.  Il “Negus” mi racconta che prima si usava tenere un fornellino in barca per assaporare il totano a….km zero friggendolo al momento. Oggi si è quasi “obbligati” ha portare a casa l’ambito mollusco e permettere alle mogli di cucinare una delle prelibatezze della cucina ischitana unico nel suo genere: il totano imbottito. Il ripieno con mollica di pane raffermo, olio, prezzemolo, olive nere, capperi, uva passa, pinoli, origano, salsa di filetto di pomodoro, uova, da al piatto un sapore caratteristico perché si riesce a cogliere in esso il dolce e il salato sapientemente fusi insieme.

Certo il pensiero di una cena con il totano imbottito rallegra il ritorno ma per Giorgio e tutti quelli che amano “la notte delle lampare” questo è il momento di ascoltare in silenzio il rumore del vento, debole e umido, aspettando di vedere le luci del porto che come una cometa indicano la via con il sale che ti appiccica la faccia, la stanchezza che ti assale ma lo sguardo soddisfatto e gioioso: è arrivato il periodo della pesca a totani!